“[...] la teranautica è filosofia terapeutica dell’animo umano, svolta tramite la navigazione nel mare dell’immaginario [...]”

Il tema del viaggio come metafora della vita è stato usato e abusato abbondantemente nel corso dei secoli. Gli elementi che rendono valida tale similitudine sono innumerevoli ed evidenti. Proponiamoci invece di costruire un’altra metafora sulla prima e di considerare a sua volta la vita come metafora del viaggio. D’altra parte, è possibile strutturare tante metafore l’una sull’altra quante ne permette la base di partenza; come a costruire un castello di carte. Nel nostro caso, stiamo usando la vita come base, perciò il procedimento potrebbe protrarsi praticamente all’infinito.

L’elemento che ci preme sottolineare è che la vita ha senso solo grazie alla sua naturale conclusione, ovvero la morte: senza questa naturale certezza, niente sarebbe lo stesso. Trasportata sul piano che andremo ad analizzare, potremmo dunque assumere che il viaggio ha senso solo se vi è la certezza di una qualche conclusione, che riteniamo di poter individuare nel ritorno.

La specificità del viaggio teranautico è quella di somigliare ad una fuga via mare. Da cosa si fugge dunque? Dalla terra, ovvero dall’insieme degli oggetti e dei soggetti che è universalmente conosciuto come realtà. Facile dunque l’interpretazione del mare come il campo dell’immaginario in senso lato: stringendo il campo, dovremo immaginarlo come un mare interno, ovvero individuale. Sempre di acqua si tratta, perciò è ovvio che questo spazio interno sia contaminato da concetti più o meno comuni e globali.

Scrive il Davis nella celebre lirica ADIDAS (Korn, Life is peachy, Immortal/Epic Records, 1996):

“Honestly, somehow it always seems that I'm dreaming of something I can never be
It doesn't bother me, 'cause I will always be the pimp that I see in all of my fantasies”


“Onestamente in qualche modo sembra sempre che io sogni qualcosa che non potrò mai essere
Non mi dà fastidio, poichè sarò sempre quel puttaniere che vedo in tutte le mie fantasie


Dunque per quante umiliazioni la vita possa infliggerci, mettendo abbastanza mare tra noi e la costa, la nostra vita immaginaria potrà prendere il sopravvento su quella reale, chiudendo in un cassetto le nostre frustrazioni.
Non importa quanto bassa potrà essere la nostra autostima: riusciremo sempre a simulare, quando non ostentare, una certa sicurezza in noi stessi che può andare da un semplice atteggiamento cool ad un vero e proprio delirio di onnipotenza.

Il mare riflette la terra solo in prossimità della costa, man mano che ci allontaniamo esso rifletterà solo il cielo e noi stessi, cessando, nella nostra similitudine, di avere ogni collegamento con la realtà, fatta eccezione per l’immagine di sè che ognuno di noi coltiva. E’ normale dunque che il bisogno sia quello di allontanarsi sempre di più, esigenza simile a quella di qualunque altra forma di dipendenza (es. droga). Giunti al centro del mare, però, ogni movimento ci condurrà più vicino alla terra ferma, dando origine ad una vera e propria empasse.

L’uomo che è fuggito abbastanza a lungo da vivere una vita più virtuale che reale sembra dunque destinato all’immobilismo. Contemporaneamente, non trarrà più benefici, poichè stando immobile il viaggio è sospeso, e con esso la teranautica. Egli sprofonderà in una forte depressione, accompagnata da sensazioni facilmente assimilabili a quelle collegate ad un naufragio.

Solo due ipotetiche conclusioni sono desiderabili. La prima è che la teranautica abbia guarito il suo essere, garantendo al viaggiatore la forza necessaria per tornare a riva. La seconda è che un altro essere funga da faro, al pari di una specie di sirena al contrario, e riesca a fornire al teranauta lo stimolo per raggiungere lo stesso approdo dal quale è fuggito


Autostima scribacchiò, alle 22:48 del 25/03/2009

Io


So solo stare in panchina e dare consigli agli altri.
Autostima scribacchiò, alle 23:56 del 03/09/2008



Oggi ho fatto un salto in paese, per la prima volta dopo anni.
Vivo a Bologna, ma molto spesso torno a casa dai miei, adempiendo al mio dovere di figlio ultimogenito. Ma la casa paterna è comunque qualche chilometro fuori dal centro abitato: novecento anime al tempo, ma in continua espansione.
Mio nipote, nel pieno di una partita a palla bollata, aveva bisogno di un cambio vestiti, e mi sono offerto volontario.
Durante il tragitto, vedo innanzitutto l’Unico Bar, patria degli ubriaconi locali che fra una bestemmia e un bianco, trascorrono la giornata impegnati in un’eterna sfida a briscola.
E’ uno dei posti nei quali sono cresciuto, dove comparvero i primi coin-op, i flipper, i gelati e, con il tempo, anche le sigarette.
Da non sottovalutare: era uno dei ritrovi. Noi i cellulari non li avevamo, e a casa si telefonava poco.
Era molto più semplice salire in bici/motorino/scooter e andare direttamente là. Chi c’era, c’era.
Dietro al bar, il parco giochi, di cui ho visto l’inaugurazione da parte di mio nonno (il più anziano del paese allora) nel 1988 se non vado errato.
Lì molti di noi hanno dato il primo bacio, di nascosto più dagli amici che dai genitori. La prima birra, la prima sigaretta. Per qualcuno la prima canna, a volte, contemporaneamente, l’ultima.
Svolto nel paese vero e proprio, diviso dal bar da una strada zeppa di camion che terrorizzava le nostre madri.
Vedo una casa nuova di pacca e mi rendo conto che un tempo lì c’era la casetta di Ghemon, amico Jugoslavo classe 1978, ora per l’ennesima volta in carcere o chissà.
Era, per noi, un amico vero. Ci è sfuggito di mano.
Mentre penso a vari rimpianti, raggiungo la chiesa: ritrovo numero due.
Ricordo la gioia di quando costruirono il “campo polivalente” sul retro della canonica, per noi semplicemente campo da calcetto. Ci giocavamo indifferentemente all’una di un pomeriggio di agosto sotto il sole, con la neve un po’ spalata un po’ no, con piogge torrenziali che ci permettevano scivoloni a tutto campo e depilazioni permanenti ante litteram.
Era bello. Le litigate, gli occhiali rotti da una pallonata, le partite due contro due che duravano ore e ore. Nei nostri primi anni novanta la fatica non era ancora stata inventata.
E la canonica. In quanto nipote del campanaro e bravo ragazzo della compagnia, ero sempre io a detenere le chiavi e a chiedere un tetto per feste di compleanno o semplicemente per le sere piovose in cui non si poteva stare al parco.
Lì avevamo il calcio balilla e il tavolo da ping pong. Per essere il centro dell’attenzione di tutti, bastava comprare una  Stiga cinque stelle o l’ultimo modello di Butterfly. Carissime.
La  canonica era principalmente l’ufficio del prete (il fu don Giorgio, detto DJ) e il posto in cui si faceva catechismo, ma per noi era molto di più.
E’ cambiata del tutto, riammodernata completamente. Ci sono entrato dal retro per cambiare mio nipote e mi sono reso conto di essere in un locale nel quale ero entrato solo una volta, tantissimi anni prima. Era lo sgabuzzino, al tempo pieno di tini e altri accessori per il vino. Tempo di vendemmia, mio nonno che mi reggeva per le ascelle mentre scalzo pestavo gli acini con decisione.
E’ un periodo che mi commuovo per nulla.
Mio zio, l’ex campanaro, ha restaurato casa, quella dei miei nonni per intenderci, teatro di migliaia di ricordi. Per esempio, gli unici legati a mia nonna, mio idolo di quando ero bimbo, morta troppo presto perchè io potessi capire la parola cancro. Avevo cinque anni, ma lo ricordo bene.
Tutto cambia, devo supporre.
Perdonatemi un po’ di sentimentalismo, ma quegli edifici, quelle campagne, mi hanno seriamente commosso.
Aggiungo un pensiero anche a te, che hai deciso di non vivere, ma di esistere come ricordo di te stessa. Un pensiero, dunque, al ricordo di un ricordo, che tanto amo e tanto mi commuove.
Autostima scribacchiò, alle 05:05 del 22/08/2008



Per prima cosa, scusate il lungo silenzio; ero in lutto.

Mi è successa una cosa strana, ho un sogno ricorrente.
Non così strana direte voi, in tanti ne hano almeno uno per un periodo è normale... Solo che io ho la sensazione di farlo tutti i giorni.
Siccome queste cose sono difficili da valutare, poichè il sogno confonde la memoria, ho deciso di tenere il quaderno sul comodino, come nei film, e annotare tutto.
E vi dirò... Non mi sbagliavo. Sono tre giorni che faccio lo stesso sogno. Probabilmente più di tre.

Banalmente, vado a raccontarvelo...

Sono ore che aspetto in questa piazza, dove il sole estivo non ti dà scampo.
I bambini si rincorrono attorno al monumento, seguiti con lo sguardo da una coppia anziana: lui cappello e pipa, lei vestito a fiori e fianchi larghi.
Per quanto sono teso e rigido, non mi stupirebbe se improvvisamente i loro nipotini cominciassero a girare intorno a me.
L'unica ombra in tutta la piazza è quella della meridiana, che indica un orario indecifrabile e dà la sensazione di essere ferma lì da secoli.
Sono vestito bene oggi, lavato e profumato. Ho anche un bel regalo, qui da qualche parte.
E' per mia figlia, la persona che sto aspettando da ore. Da sempre.
La mia bambina è la donna più bella del mondo, e quando sorride si fermano gli orologi.
Per fortuna ha preso da sua madre, solo che lei non sorride più da tempo.
E' lei che la accompagnerà qui.
Non è la prima volta... Mille volte in passato ho aspettato il loro arrivo e ho sempre fallito: sì, perchè questo è un test.
Non so come, non so perchè, ma io sono qui per farmi valutare.
E vi dirò la verità, non mi sento pronto. Anche questa volta fallirò.
Se sono qui è perchè mi accontento di rivedere gli occhi di mia figlia, grandi come il mondo, e perchè sua madre mi manca così tanto, che perfino lo sguardo di commiserazione che mi riserverà mi farà sentire vivo.
Perchè quello sguardo è mio, personale.
Aspetto.
Alla fine sbucano all'altro angolo della piazza, lontane.
Se possibile, la piazza è ancora più luminosa.
Mia figlia è triste e stringe forte la mano di sua madre.
Lei è stanca, gli occhi rossi.
Non si muovono.
Non mi muovo.
All'improvviso l'anziano si aggiusta il cappello e mi dice: sei di nuovo in ritardo.
Autostima scribacchiò, alle 16:46 del 19/07/2008



Kabum.
Urli nella nebbia. Si vede poco, vai piano. Sì ma senti che casino, meglio andare.
La saggezza è una cosa utile. Spesso è utile anche riconoscere quella finta, quella abbozzata.
Colpire alle spalle con una saggezza da due soldi è troppo facile oggi giorno.
Bravo, mi sei piaciuto.
Se non lo fai sei un uomo senza palle.
Se lo fai sei un uomo senza palle.
Le palle non c'entrano.
E' sempre una cazzo di questione di palle.
Ma a me nessuno ci pensa?
Ci penso io. Bravo, portami su la spesa.

Bene, sappiate che vi odio. E' facile anche viaggiare al giorno d'oggi, immaginare di isolarsi in terre lontane con mille, diecimila, centomila anime. Non si sarà mai troppo distanti da coloro che pensano di conoscerti. Non guardare il tuo cazzo di bicchiere, guardami in faccia!
I tuoi miserabili occhi non c'entrano, più. Adesso tutto ciò che conta è l'esperienza. Sì, ma la tua. Io che cazzo c'entro con te? Che cosa vuoi da me? Cerco conforto io o lo stai cercando tu....
Obiettivi, giorno per giorno, fanno i conti incessantemente con voci battagliere, pronte a sfidarsi a chi da il consiglio migliore. Neanche ci fosse un premio. Un altro giro.

Prima di morire un vecchio saggio cinese mi disse una grande verità:
"Ricordati sempre, un vaffanculo detto bene vale più di mille giri di parole."
Quanto tempo sprecato. Quanta saggezza in un solo piccolo uomo.

Ieri ho rapinato una banca. Tutto bene. E questo giro di spritz lo mando io.
Il ghiaccio però te lo porti da casa.
lorlo scribacchiò, alle 02:12 del 20/06/2008



Bar lineare e zona cassa con bancalina in acciaio inox (optional e solo nei moduli lineari).
Retrobanco modello Godly con specchi satinati e cornici personalizzate in tonalità Rovere scuro (optional).
Zoccolatura in acciaio inox satinato.
Scorcio della parete espositiva, modello Bible.
Cinque ripiani illuminanti verso l'alto e verso il basso.
Cornice orizzontale e cartelle schienale in tonalità Rovere scuro (optional).
Quando sono arrivato era tutto laccato blu navy...
Dovreste ringraziarmi tutti per aver portato un po' di stile in questo posto.
Hai idea di quanto mi sia costato? No?
Ecco bravo, tu fai il tuo mestiere e io il mio.

-E sarebbe?
-Piacere, l'uomo più vicino a dio che tu abbia mai conosciuto
-Piacere, io sono morto
-Anche io ci sono arrivato vicino una volta... Poi è morto prima Nietzsche
Non hai idea dei casini. I bookmakers sono impazziti
-Sei un grande

Come cavolo fai ad instaurare una conversazione appagante se sai tutto?
Guardate che è frustrante.
Voi magari vedete solo i vantaggi: puoi parlare di tutto e fare lo splendido.
Ma non imparare mai è una palla mortale.
E da qui l'idea geniale: perchè essere dio se puoi essere l'uomopiùvicinoadiochetuabbiamaiconosciuto?
Pensateci, non dà svantaggi.
Sei sempre il più ganzo del cosmo, il rocker definitivo, ma hai quelle due tre lacune che rendono la vita più divertente.
Quasituttisciente e quasituttipotente.
Figata.

-No, no. Tu sei un grande. Cosa bevi?
-Un Monteafroameircano

Pensate al gusto di chiedere a qualcuno cosa sta bevendo senza saperlo già.
Per voi forse è talmente banale da non coglierne la bellezza intrinseca.
Stronzi ingrati.
Prima vi fate le paranoie, scorrazzate per le praterie cacati sotto dai leoni e vi rintanate nelle grotte.
Mi inventate utilizzando le vostre manie di grandezza del cazzo, come risposta alle vostre paure.
E poi, date la colpa di tutto a me.
Da pazzi.

-San Pietro, per me un San Buca
-?
-Sottomarca locale
Autostima scribacchiò, alle 18:04 del 15/06/2008



Ieri sono morto.
Penso di essermela giocata bene.
Alla fine di tutto non mi è neanche dispiaciuto.
Certo, a pensarci uno vuole sempre un giorno in più, c'è sempre qualcosa che non si è fatto. Ma ci sarà sempre. Non puoi mica rompere il cazzo all'eternità.
Se sei riuscito a fare un sacco di roba, ti è andata benissimo.
Se non sei riuscito a fare niente, chiediti se ne hai avuto voglia.
Se sei riuscito a fare tutto, allora sarebbe stato meglio per tutti se tu fossi morto prima. Stronzo.
Invidia? Vi piacerebbe.

Bello il posto, uno si immagina una scala mobile tra le nuvole, o una camminata fino in cima ad una collina, e di là valleverde. E' bello camminare in una valle verde. Sì, però ti togli le scarpe prima di entrare, che ho appena dato la cera. La cera sul prato? Te li stacco quei piedi di merda.
A piedi nudi diretto.
E invece no.

Cielo plumbeo, un po' di pioggerella di quella fastidiosa e qualche insegna al neon che funziona a scatti. Odore di asfalto bagnato e rumori di macchine. Uno muore, e ancora deve guardare a destra e sinistra prima di attraversare. Mi sembra una presa per il culo.
Sarebbe bello guardarsi in tasca e avere ancora le sigarette. Non c'è niente di più rigenerante di un una bella boccata di fumo quando devi prenderti il tuo tempo per decidere se piangere o ridere.
Naturalmente le sigarette erano in tasca. Tanto ormai sei andato. Fanculo cancro.  Il pacchetto diceva "La paglia del desiderio non funzionava". Avrei voluto gridare al mondo la mia disperazione.

Bella figa. Bella figa?? Sei morto e pensi alla figa? Ora è anche colpa mia...sarebbe bello restare qui a parlare con te. Ma devo andare. Lei entra in quel bar. Io entro in quel bar.
San pietro è fisicamente proprio come te lo immagini, l'unico particolare originale è che riordina le sigarette sullo scaffale, e sbuffa perchè un'altra merdosissima anima ha sfasciato un bicchiere per il montenegro. Si dice monteafroamericano.
Tavoli. Tanfo. Reggae di sottofondo. Vi ho mai raccontato di quando ho strappato il cuore ad un rasta? Ma forse la mia maglietta "Siamo morti...." "Dai potrebbe andare peggio, potrebbero mettere su del reggae" rende meglio l'idea.
La bella figa non si vedeva più. C'era solo un uomo seduto al bancone. Bel bancone, tra l'altro.
lorlo scribacchiò, alle 17:00 del 07/06/2008



Troverò da solo il modo di non perdermi nel labirinto.
Se chiedessi aiuto, rischierei di abbandonarti su un qualche isolotto greco e a farne le spese potrebbe essere mio padre.
Qui inoltre non si tratta di ingaggiare tauromachie per salvare giovani indifesi, ma di salvare me stesso.
Non dovrebbe essere nemmeno necessaria quell'ulteriore ricompensa simboleggiata da una regina azzurra, quella favola semplice che hai proposto di raccontarmi.
Tuttavia la ascolterò volentieri.
E sarò due volte in debito.
Autostima scribacchiò, alle 05:21 del 06/06/2008



"Teorema di Thomas:
Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze."
William Thomas

"Un mercoledì mattina del 1932, Cartwright Millingville va a lavorare. Il suo posto è alla Last National Bank ed il suo ufficio è quello del presidente.
Egli osserva che gli sportelli delle casse sono particolarmente affollati per essere di mercoledì: tutte quelle persone in coda sono inconsuete in un giorno della settimana che è lontano da quello in cui si riceve lo stipendio. Millingville spera in cuor suo che tutta quella gente non sia stata licenziata e incomincia il suo compito quotidiano di presidente.
La Last National Bank è un istituto solido e garantito. Tutti lo sanno, dal presidente della banca agli azionisti a noi. Ma quelle persone che fanno la coda davanti agli sportelli delle casse non lo sanno: anzi, credono che la banca stia fallendo, e che se essi non ritirano al più presto i loro depositi, non rimarrà loro più nulla. Così fanno la fila, aspettando di ritirare i loro risparmi.
Fintanto che l’hanno solo creduto senza agire di conseguenza, hanno avuto torto. Ma dal momento che vi hanno creduto e hanno agito di conseguenza, hanno conosciuto una verità ignota a Cartwright Millingville, agli azionisti, a noi.
Essi conoscono quella realtà perché l’hanno provocata.
La loro aspettativa, la loro profezia si è avverata: la banca è fallita."
Robert K. Merton

Ecco, questo è l succo della profezia autoavverante, concetto non dissimile a quello più ampio della dissonanza cognitiva. Per andare su un concetto altrettanto simile, ma ben più conosciuto, pensate all'effetto Placebo... E non intendo il gruppo musicale ovviamente.
Se volete informarvi meglio, evito sbrodolamenti: c'è wikipedia.
Avete presente quelle persone che vi dicono sempre di pensare positivo?
Quelle che mandiamo sempre affanculo?
Hanno il merito di non dire una cosa del tutto idiota.
Se ci convinciamo che una cosa va male, se lo pensiamo davvero fino in fondo, le probabilità che vada tutto in merda salgono alle stelle.
Questo ovviamente NON significa che se pensiamo che andrà bene, andrà bene.
Perciò continuiamo bellamente a mandarli affanculo, anche perchè i problemi in quel momento li abbiamo noi e non loro.

Tutta sta pappardella l'ho scritta per le signore in ascolto: continuate a pensare che gli uomini sono tutti stronzi, lo diventeremo.
Autostima scribacchiò, alle 05:18 del 05/06/2008



Io propendo.
Tu propendi?
lorlo scribacchiò, alle 02:12 del 05/06/2008